KRONOS Associazione ambientalista

Mozione Congressuale

Approvata dal Congresso Nazionale del 1997

Da alcuni anni a questa parte la causa ambientale sembra essere vincente a livello di opinione pubblica e di mezzi di comunicazione di massa: non passa giorno senza che i notiziari facciano riferimento a problemi ambientali risolti o da risolvere, non passa settimana senza che le prime pagine dei giornali riportino notizie, opinioni o commenti direttamente o indirettamente collegati con l’ambiente e le sue problematiche. Apparirebbe essere quella di oggi, quindi, una fase di grande salute per il movimento ambientalista e di eccellenti prospettive per la situazione ambientale del nostro Paese.

Non è così.

Ciò che appare come preoccupazione per lo stato delle cose è troppo spesso propaganda lobbistica di gruppi e associazioni legate al potere; ciò che appare intervento dell’amministrazione pubblica è quasi sempre motivato da disegni di occupazione di tutto il potere; ciò che viene descritto come preoccupazione per il futuro nell’interesse comune deriva per lo più da interessi molto concreti di singoli o di gruppi di potere. Ciò ha valore anche e soprattutto mano a mano che si sale verso le posizioni di potere amministrativo più consistenti, e trova la sua più inaccettabile espressione nella gestione attuale del Ministero dell’Ambiente.

L’Associazione Ambientalista "Kronos" afferma che è compito proprio e primario di un associazionismo ambientale serio e responsabile denunziare e combattere questo stato di cose. Nell’attuale fase di tentata, anche se stentata, trasformazione delle istituzioni, l’associazionismo ambientalista è infatti chiamato a svolgere una funzione trainante, in quanto dotato di un capitale di contenuti strategici che potrebbero risultare estremamente utili al superamento di una crisi non solo politica.

Accettato il fatto che l’assistenzialismo non può più garantire il consumismo becero e volgare che ha caratterizzato il recente passato, occorre che il sistema economico si avvii ad utilizzare sistemi produttivi che abbiano interiorizzato il parametro ambientale. L’Italia deve seguire i Paesi più avanzati d’Europa e del mondo nel costruire un quadro normativo nel quale il problema del rapporto tra equità sociale e solidarietà venga risolto ad un più alto livello di consumi; la politica pauperistica e antiproduttiva applicata nei fatti dall’attuale governo del Paese, che non va in questa direzione, rischia infatti di completare la distruzione di un tessuto economico e sociale già disastrato da decenni di progressiva applicazione dei principi e dei rapporti sociali propri del socialismo più o meno reale.

Contro questo stato di cose, per l’affermazione del diritto di tutti ad una più umana condizione di vita, occorre che l’Italia proceda speditamente sulla strada dello sviluppo sostenibile, alimentando il suo cammino di una nuova cultura ambientale. Tale esigenza è tanto più forte, in quanto sorge dal confronto continuo con i concreti problemi sociali ed economici del Paese, che si stanno ponendo con drammaticità maggiore di giorno in giorno.

La nuova cultura ambientale nella quale ci riconosciamo, e della quale intendiamo essere soggetto promotore, deve rimettere in discussione pregiudizi e schemi ideali che sono stati parte integrante della cultura ambientalista dominante negli ultimi decenni e che, troppo spesso, hanno determinato l’azione della pubblica amministrazione. Lo statalismo, il rifiuto del libero mercato, 1’assistenzialismo, il sospetto e talvolta il rifiuto della scienza e della tecnica, il predominio della formalità della norma sulla sua applicazione, il conformismo consociativo, il rifiuto di ogni assunzione di rischio e di responsabilità, devono essere espunti dal bagaglio ideale di chi, con noi, voglia occuparsi di ambiente in modo concreto, adeguato ai tempi, fortemente innovativo: condividere i principi di un liberismo economico inquadrato dalle necessarie regole e dalle forme di solidarietà necessarie alla dignità di una società moderna, a nostro giudizio, significa non appiattirsi sull’esistente.

L’affermare un liberismo indigerito, poco conosciuto e del quale non si è convinti, è troppo spesso la copertura dietro la quale si riafferma il controllo dell’apparato statale sui falli e sui processi economici, e con la quale si maschera il rifiuto di accettare le sfide del futuro, l’incapacità di mettere in discussione se stessi e la propria appartenenza, la viltà complessiva di un atteggiamento gretto e meschino.

Noi confermiamo che solo dalla competizione veramente e completamente libera sotto il governo di regole non solo proclamate, ma effettivamente applicate, può nascere una società più giusta, può trarre impulso un nuovo progresso sociale, economico, civile e ambientale.

In questa prospettiva, deve essere compito essenziale dello Stato, leggero e federalista, garantire una cornice di norme antimonopolistiche che consentano l’autogestione dell’economia ed il pieno dispiegarsi dei processi di libera ed effettiva concorrenza. Il quadro normativo deve poi trovare il suo necessario completamento in leggi di protezione, di salvaguardia, di tutela e di ripristino ambientale fondate su premesse scientificamente valide, nella organizzazione di un serio apparato di controlli, di ispezioni, di verifiche; in norme che garantiscano trasparenza nelle procedure di assegnazione degli appalti e delle forniture pubbliche; nello snellimento delle procedure di erogazione finanziaria; in controlli e verifiche seri e puntuali sulla gestione dei servizi.

In campo ambientale ciò deve trovare avvio con una radicale ed incisiva revisione della normativa, a proposito della quale troppo spesso si determina il sospetto che la sua farraginosità e la sua contraddittorietà siano programmate a freddo per garantire ampi spazi agli interessi illeciti, che ormai sviluppano fatturati dell’ordine delle decine di migliaia di miliardi all’anno.

Il Decreto Legislativo sui rifiuti, al quale Kronos ha annunziato e conferma la sua più ferma opposizione, è un esempio lampante della veridicità di questa affermazione. Esso è caratterizzato da una visione assurdamente accentratrice delle competenze, trascura principi tecnici e norme ormai entrate nella cultura ambientale di tutto il mondo civile, ed è stato emanato seguendo una procedura che ne fa uno degli atti più palesemente contrari ad uno approccio decente all’attività legislativa ed amministrativa tra i non pochi dello stesso tipo compresi nel nostro ordinamento. Ne sono prova le continue e non trascurabili modifiche e revisioni delle quali è stato oggetto.

Tale provvedimento è un mostro giuridico che testimonia in modo chiaro la ottusa incultura che caratterizza l’azione amministrativa, le scelte operative ed in genere i comportamenti del Ministro dell’Ambiente.

Ma è la normativa ambientale nel suo complesso che ha raggiunto livelli di complicazione e di inapplicabilità mai prima né altrove riscontrati. Le norme si susseguono alle norme, per lo più inutili per la generalità dei cittadini, spesso dannose per gli interessi pubblici che si dichiara di voler tutelare, quasi sempre mirate a garantire specifici e assai concreti vantaggi a qualche "amico" o "amico degli amici" di chi tali norme ha proposto e predisposto.

Il povero cittadino comune, il disgraziato imprenditore che nella vita di tutti i giorni o nell’esercizio delle proprie attività si vedano costretti ad applicarle, hanno un’unica certezza: tentare di essere in regola comporterà costi notevoli, una gran mole di attività prive di logica effettiva, e spesso sarà possibile solo a condizione di sottomettersi a vessazioni, richieste o ricatti che non dovrebbero trovare cittadinanza in uno Stato civile.

Occorre comunque avere piena consapevolezza che, se sarà difficile ottenere una revisione radicale della normativa ambientale, che pure ne avrebbe estremo bisogno per consenso di tutti, molto più difficile risulterà ottenere il cambiamento di cultura ambientale che sarebbe necessario per fornire al nostro Paese le possibilità di sviluppo equilibrato ed ambientalmente corretto al quale avrebbe diritto. Il nostro impegno per la nuova cultura ambientale sarà dunque tanto più necessario in quanto volto a modificare atteggiamenti e modi di essere profondamente radicati da lungo tempo.

Il governo attuale [ci si riferisce, è ovvio, al Governo Prodi, in carica al momento in cui la mozione fu approvata] è il primo, nella storia italiana, al quale partecipano i verdi, ed è anche, a quanto risulta, l’unico nel quale il ministero dell’ambiente sia affidato proprio a un esponente verde. Ma è anche, con certezza, il governo che, a memoria d’uomo, si preoccupa di meno dell’ambiente.

Si preoccupa di meno, anche se non se occupa tanto poco; meglio, anche se è specialista nell’occupare tutte le possibili posizioni di potere in campo ambientale. E nel far ciò, non esita a qualificare come grandi esperti della gestione dei rifiuti dei laureati in filosofia membri della segreteria del Ministro o di nominare un direttore generale con procedure che la Corte dei Conti, riconoscendole illegittime, non consente (i due casi sono reali, basta verificare le interrogazioni presentate in proposito in Parlamento). Ma il governo Prodi non si preoccupa dell’ambiente per un motivo semplice, che è lo stesso motivo per il quale non si preoccupa della situazione economica del Paese. Non se ne preoccupa perché è fiori del suo modo di vedere le cose ragionare in termini di sviluppo economico vero e serio, di rispetto dell’ambiente fondato ed effettivo.

In campo ambientale, infatti la cultura del governo è quella dei Ministro dell’Ambiente: la cultura dei verdi, quella degli ambientalisti giurassici alla WWF, alla Legambiente o alla Greenpeace, per intenderci. Quella visione dei problemi ambientali che portava a mettere in antitesi tutela dell’ambiente e sviluppo economico; quella cultura che ha portato l’Italia ad essere un Paese disastrato dall’emergenza rifiuti perché ha impedito per decenni la costruzione degli inceneritori; che ha impedito una razionale tutela dei corsi d’acqua bloccando gli interventi sul letto dei fiumi e dei torrenti; che è riuscita a porre le popolazioni di mezza Italia in contrasto con un disegno in sé civile e serio, quella della costituzione di Parchi Nazionali, perché ha voluto imporre dal centro ogni decisione.

In verità non si è trattato e non si tratta di cultura ambientale: si tratta di cultura marxista applicata all’ambiente. In questo caso, l’obiettivo da raggiungere non è quello della dittatura del proletariato, ma quello della dittatura degli ambientalisti autocertificati.

Noi, che siamo per la libertà, dobbiamo combattere anche questo tentativo più subdolo, ipocrita e buonista, di costringere la maggioranza degli italiani ad accettare il volere della minoranza che si autocertifica adeguata a definire la scala dei valori ambientali che deve essere imposta a tutti.

E’ un problema di cultura; o, gramsciamente, di egemonia culturale. Ma naturalmente non accettare le imposizioni della lobby dei verdi-rossi non significa dare mano libera, con la scusa delle necessità della produzione o dell’occupazione, agli inquinatori.

Il nostro atteggiamento è ancora una volta equilibrato e ragionevole, rigoroso, ma non giacobino, realista senza cedimenti.

Noi riteniamo che tutela ambientale e sviluppo economico debbano essere le due facce della medaglia del progresso sociale, che è fatto di avanzamento economico ma anche di miglioramento della qualità della vita, e che considera la tutela dell’ambiente come un prius necessario rispetto si posterius delle realizzazioni produttive.

Del resto, l’approfondimento della tematica ambientale deve portare a superare le strutture della tutela ambientale così come sono organizzate oggi nel nostro Paese. E’ dubbio che sia da ritenersi opportuna la stessa esistenza di un apposito ministero per l’ambiente. Infatti l’interiorizzazione nell’azione di Governo delle problematiche ambientali richiederebbe che le preoccupazioni per la salvaguardia ed il recupero dell’ambiente fossero garantite da una apposita funzione, dotata di una anche notevole autonomia, situata a livello della Presidenza del Governo.

Il semplice impegno ad affermare forme ed iniziative di sviluppo sostenibile va considerato una battaglia di retroguardia avente ad oggetto situazioni e principi generalmente accettati e privi ormai di un effettivo significato. Questa ipotesi può sembrare sconcertante, per una Associazione Ambientalista: ma una dose sufficiente di fantasia e di capacità di programmare potranno consentirci di lavorare senza essere condizionati da posizioni assunte nel tempo, ormai metabolizzate e usurate tanto da divenire prive di significato.

Per questo possiamo essere noi a proporre soluzioni che possono apparire scandalose. Noi possiamo, proprio perché non vogliamo essere condizionati da storie passate, sostenere che finché la finzione di garanzia ambientale si troverà ad essere gestita in fase di controllo successivo rispetto ad iniziative assunte da altri soggetti dell’amministrazione, il suo molo non potrà essere diverso da quello del portiere di una squadra di calcio: l’ultimo ostacolo sulla strada dell’irreparabile. E come è difficile che sia il portiere a dare inizio all’azione d’attacco, a costruire il gioco, nello stesso modo finché non sarà rivista l’attuale organizzazione amministrativa il ministero dell’ambiente sarà condannato ad essere la sede del grande no. Una sede dalla quale vengono posti veti o difficoltà, un soggetto che tende a distruggere sempre e non costruisce mai.

In termini escatologici, quella attuale è una filosofia di negazione e di morte, che non ci è propria e che non possiamo condividere. Noi vogliamo affermare anche su questo tema una grande proposta di vita, un atteggiamento costruttivo e gioioso perché fondato sulla conoscenza scientifica dei fenomeni e dei processi, una fattività concreta da porre al servizio della Nazione e di tutti i suoi membri.

Ma quali sono gli obiettivi concreti da perseguire nel concreto, in attesa che si sviluppi nelle coscienze un atteggiamento maturo e coerente?

Il nostro primo ed immediato impegno non può non essere quello di imporre agli attuali amministratori il rispetto delle regole. Le continue violazioni della legalità nell’azione amministrativa, infatti, danno il segno del regime incombente.

Ugualmente prioritaria è l’esigenza di richiamare il governo ed il suo ministro dell’ambiente ad un più responsabile atteggiamento in materia propriamente ambientale.

Non ha senso, come fa costantemente Ronchi, affermare che un più elevato impegno del governo a favore dell’ambiente potrebbe moltiplicare i posti di lavoro; o meglio, ha senso come ha senso dire che centomila posti di lavoro scaturiscono da un giochino contabile. Con l’intervento dello stato si possono creare posti, non lavoro, come è stato già detto: si creano i posti, ed il loro costo viene messo a carico della collettività, cioè di tutti noi, che lo pagheremo con nuove e ancora più pesanti tasse.

E’ vero però che l’ambiente può e deve essere occasione di attività economica, e quindi di occupazione: ma è altrettanto vero che questo può avvenire a condizione che, attraverso l’introduzione di norme che favoriscano le attività ambientali, si determini lo spazio di mercato perché tali attività si moltiplichino e si autoalimentino, divenendo parte positiva del processo produttivo.

Versare risorse provenienti dalla fiscalità generale nel comparto delle attività ambientali, così come vorrebbe Ronchi e cosi come vorrebbero le associazioni ambientaliste use a trarre dal lavoro altrui le risorse necessarie alla loro vita parassitaria, costituirebbe un atto irresponsabile e nocivo, che verrebbe a configurare una forma di assistenzialismo non meno pernicioso solo perché di nuovo stampo. Purtroppo tale comportamento sta diventando una costante della politica economica del Governo.

Nello spirito di sostegno alla libera iniziativa economica che ci è proprio noi vogliamo che anche nelle attività di tutela e recupero ambientale vengano applicate e fatte valere le leggi dell’economia; e sappiamo che le attività economiche vivono e prosperano solo nella libertà, e che dalla libertà trova linfa vitale la capacità dei popoli di procedere sulla strada del progresso civile e sociale.

Di questa libertà le norme poste a rigida tutela dell’ambiente naturale e della qualità della vita devono essere tra le regole più importanti, se vogliamo adempiere all’impegno di responsabilità che ci siamo assunti nei confronti delle generazioni future, quell’impegno di solidarietà che ci impone di fare tutto il possibile per tramandare ai nostri discendenti un mondo almeno non peggiore di quello che è stato lasciato a noi.

Il futuro non può essere considerato mero oggetto di previsione: esso sarà quale noi vorremo che sia e quale riusciremo - con l’aiuto di Dio - a farlo essere.