Da 21mo Secolo scienza e tecnologia n. 1 del marzo 2000

Radiazioni ad alta frequenza: studi epidemiologici e clinici

 

Nel corso del Primo congresso medico scientifico internazionale su «Radiazioni elettromagnetiche non ionizzanti ad alta frequenza: alla ricerca delle evidenze epidemiologiche e cliniche», tenutosi presso la sede del Consiglio Nazionale delle Ricerche, a Roma, il 29 e 30 novembre 1999, si è discusso approfonditamente delle ricerche condotte negli ultimi venti anni sui possibili effetti sulla salute dei campi elettromagnetici (CEM). L’analisi dei risultati ottenuti finora conferma che non esistono prove conclusive della correlazione tra una qualche malattia e l’esposizione ai campi elettromagnetici. L’indubbio effetto sui sistemi biologici riscontrato non è tale da costituire una minaccia per la salute, qualora ci si attenga ai limiti prescritti dalla normativa internazionale protezionistica. Al tempo stesso, come mostra l’articolo a pagina 14, CEM e magnetoterapia possono rappresentare un valido aiuto nella terapia di un crescente numero di patologie. Gli studi vanno certamente approfonditi, ma la paura di telefonini e antenne radiotelevisive diffusasi nei mesi passati tra i cittadini non ha un fondamento scientifico: l’epidemiologia mostra che le minacce importanti alla salute sono altre. A margine del congresso ne abbiamo parlato con alcuni degli autorevoli relatori.

 

 

Intervista al professor Ferdinando di Orio

La verità è una questione di metodo

Rispetto all’esposizione ai campi elettromagnetici, i risultati dei molti studi epidemiologici relativi ai rischi per la salute hanno fornito a volte risultati contrastanti, anche se le ricerche più significative tendono a escludere le correlazioni tra esposizione e danno biologico. Secondo il professor Ferdinando di Orio, docente di Metodologia Epidemiologica e Clinica all’Università degli Studi dell’Aquila e presidente della Società Italiana di Statistica Medica, che ha revisionato con cura tutta la produzione scientifica sull’argomento, il limite degli studi di cui disponiamo sta nella metodologia: nella maggior parte dei casi importanti criteri scientifici di base sono stati trascurati o addirittura ignorati. .

 

Professor di Orio a questo primo congresso medico scientifico internazionale dedicato alle radiazioni non ionizzanti partecipano i maggiori esperti di tutto il mondo. Quali sono gli obiettivi?

 

Vogliamo attirare l’attenzione sulla ricerca e fare chiarezza in un dibattito che fino ad oggi si è spesso basato su ipotesi di scarso fondamento scientifico, che si alimenta e procede per sensazioni, per emozioni, per sentito dire. Noi, invece, abbiamo intenzione di mettere in primo piano i dati reali. Vogliamo analizzare tutte le ricerche epidemiologiche finora realizzate. Questo congresso serve sostanzialmente per dire che è necessario partire da zero e percorrere una nuova strada di maggior approfondimento scientifico, per far sì che quanto viene detto, rispetto all’esposizione ai campi magnetici non ionizzanti, sia corretto scientificamente.

 

Intende dire che esistono ricerche scientifiche poco affidabili sui danni biologici da esposizione a campi elettromagnetici?

 

Dobbiamo prendere atto che le indagini fino ad oggi prodotte sono state realizzate, in molti casi, con metodi “scientificamente scorretti”, per molte di queste, infatti, possiamo parlare di “fattori di confondimento”. I danni alla salute devono essere correlati in modo inequivocabile al fattore che si sta analizzando. È necessario isolare l’elemento studiato per controllare gli effetti. In realtà, invece, sono state realizzate analisi in cui le radiazioni erano senza dubbio presenti ma in concomitanza con altre potenziali sorgenti dannose per la salute. Impossibile dunque stabilire un rapporto causa-effetto diretto. In molti casi è stato persino complicato ricostruire a ritroso la metodologia scientifica assunta e le procedure epidemiologiche utilizzate. Si tratta dunque di studi non “riproducibili”. La costanza e la riproducibilità, che sono elementi imprescindibili della scienza, non sono state rispettate. Con procedimenti del genere si può dire tutto e il contrario di tutto.

 

Cosa hanno di diverso gli studi presentati nel corso del congresso?

 

La novità di questo congresso è che ciascun relatore, nel momento in cui presenta il suo lavoro, deve esplicitare anche le procedure epidemiologiche usate. L’impegno di questo congresso è fare opera di chiarificazione, revisionare quanto è stato già realizzato e ripartire dagli elementi certi. Mi sembra un grande passo avanti.

 

Professor di Orio ma se conosciamo così poco gli effetti delle radiazioni non ionizzanti come dobbiamo considerare i “consigli utili” che ci vengono proposti per ridurre l’esposizione ai campi magnetici ad alta frequenza: i dispositivi che in molti acquistano per ridurre i presunti danni causati dai telefonini, l’auricolare considerato più sano perché mantiene il cellulare distante dalla testa, le raccomandazioni di tenere le antenne dei cellulari alzate per limitare gli effetti negativi. Sono tutte bufale?

 

Non hanno alcun fondamento scientifico e valgono quanto il consiglio terapeutico di buon senso dato dalla massaia. Si tratta di “ricette facili”, indicazioni che non appartengono all’ambito scientifico. Ma se qualcuno si sente più tranquillo con l’uso dell’auricolare non c’è motivo di scoraggiarlo: l’effetto placebo non si nega a nessuno.

 

 

Intervista al professor Sergio Tiberti

La paura delle radiazioni elettromagnetiche è un problema italiano

 

In tutto il mondo la questione dell’inquinamento elettromagnetico viene affrontata pacatamente mentre in Italia si assiste a un fenomeno di abnorme allarmismo non giustificato da alcuna particolare evidenza scientifica. Anche recenti proposte normative risentono di questo clima di sospetto nei confronti delle onde elettromagnetiche. È il parere del professor Sergio Tiberti, direttore della Scuola di Specializzazione in Igiene e Medicina Preventiva dell’Università dell’Aquila. Professor Tiberti in Italia, dunque, ci sono i politici e i cittadini più preoccupati per i pericoli derivanti dalla esposizione ai campi magnetici?

 

Assistiamo da qualche tempo a un fenomeno di ingiustificato allarme. E non solo da parte dei cittadini. In Italia sono state proposte soluzioni normative anche esagerate (se paragonate al resto del mondo civile) come quelle previste dal DM 381, ancora non approvato. Il limite di emissione per le antenne della telefonia mobile è infatti fissato a 6 v/m (l’unità di misura dei campi elettromagnetici si esprime in volt per metro, ndr) vicino alle abitazioni e 20 v/m lontano dalle case. Le raccomandazioni pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale Europea del 31 luglio 1999 stabiliscono, invece, 40 v/m per i Gsm a 900 megahertz e 50 v/m per i 1.800 megahertz. Per quanto riguarda poi i limiti europei relativi alle basse frequenze (tralicci) il valore delle emissioni non deve superare i 100 microtesla. In Italia, invece, il DM 381 prevede una soglia massima di 0,2 microtesla, valori di 50 volte inferiori, dunque, a quelli accettati nel resto d’Europa.

 

Insomma si sarebbe trattato di un provvedimento spropositato?

 

Non solo. Sarebbe stato anche inutile e dannoso. Una eventuale “bonifica”, dei tralicci, con l’interramento dei cavi, per ridurre le emissioni a livelli così bassi sarebbe tecnicamente difficile (i cavi dovrebbero essere infatti messi sotto terra a bagno d’olio; si dovrebbe creare una linea di garanzia in superficie), ma soprattutto, economicamente molto “pesante”. Costerebbe dai 100 ai 300 mila miliardi che, ovviamente finirebbero nella bolletta.

 

Ma questi costi porterebbero ad una riduzione di eventuali pericoli per la salute?

 

Le ricerche di cui disponiamo sulle radiazioni non ionizzanti a bassa frequenza, che ormai si svolgono da 20 anni, non hanno evidenziato alcuna relazione con danni alla salute, qualora vengano rispettate le attuali norme legislative.

 

Sono ingiustificate le paure legate ad un uso troppo disinvolto del cellulare?

 

Se per la distribuzione dell’energia elettrica possiamo basarci su 20 anni di ricerche, per quanto riguarda la telefonia mobile abbiamo a disposizione solo 5 o 6 anni di studi che comunque sono rassicuranti e pacati. L’unico effetto evidente è quello termico. Ricercatori giapponesi hanno dimostrato, infatti, che durante una conversazione telefonica media l’aumento della temperatura della zona intorno all’orecchio è di circa 0,18 gradi. Ma si tratta di valori irrisori. Una semplice corsa può aumentare di due o tre gradi la temperatura di tutto il corpo (e quindi anche dell’orecchio) eppure nessuno ha mai pensato che sia pericolosa per la salute.

 

 

Campi magnetici ed elettrici a frequenza di rete e salute: Molti paesi sono impegnati in studi sui CEM

 

Al congresso di Roma hanno partecipato numerosi relatori internazionali, tra di essi Mary McBride, epidemiologa canadese che lavora nel Cancer Control Research Programme della British Columbia Cancer Agency, a Vancouver (Canada). Professoressa McBride qual è lo stato delle ricerche internazionali?

 

Dopo circa due decenni di ricerche epidemiologiche e sperimentali, alcune questioni, riguardanti gli effetti sulla salute dei campi magnetici ed elettrici a frequenza di rete (CEM), rimangono ancora senza risposta. Complessivamente, gli studi sulle cellule e di laboratorio effettuati sinora non hanno fornito alcuna evidenza sull’esistenza di un meccanismo per cui questi campi possano avere effetti dannosi sulla salute, mentre alcuni studi epidemiologici hanno dimostrato un’esigua relazione tra esposizione a radiazioni (linee aree residenziali) e rischio di leucemia infantile o sviluppo di leucemie linfocitiche croniche in adulti esposti a radiazioni negli ambienti di lavoro. Tuttavia, la metodologia utilizzata in molti di questi studi epidemiologici rende l’interpretazione di questi risultati alquanto confusa e difficile. Alcuni studi epidemiologici sull’esposizione ai CEM e rischio di cancro infantile, condotti per superare i limiti dei primi studi, sono stati pubblicati negli ultimi due anni o sono in corso di realizzazione.

 

Quali paesi sono maggiormente impegnati nelle ricerche?

 

Queste ricerche sono state o sono tuttora realizzate in alcuni paesi europei (Grecia, Germania, Danimarca, Svezia, Finlandia, Norvegia, Italia, Regno Unito), negli Stati Uniti, Canada, Nuova Zelanda e Giappone. Sono state condotte almeno due meta-analisi sull’argomento. Sarebbe utile e importante confrontare questi studi, che sono stati condotti su popolazioni differenti tra loro, al fine di chiarire l’evidenza epidemiologica di una possibile associazione. Tali studi sono significativi a causa della mancanza di prove di laboratorio su un eventuale nesso di causalità o della scarsa chiarezza sulle modalità d’azione biologica di questi campi nell’induzione o meno di tumori.

 

Si tratta quindi di ricerche nelle quali è difficile interpretare i risultati, nessuna delle quali ha prodotto risultati scientificamente definitivi?

 

Possiamo prendere come esempio della complessità e delle difficoltà connesse con la progettazione e l’interpretazione degli studi in quest’area l’esperienza del più recente studio canadese. Nel periodo compreso tra il 1990 e il 1995, è stato condotto, sulla popolazione di cinque province canadesi, uno studio di controllo della casistica per l’individuazione di una possibile associazione tra leucemia infantile ed esposizione a campi magnetici ed elettrici a frequenza di rete. Lo studio è unico, in quanto le misurazioni dei CEM sono state effettuate, per 48 ore, su soggetti rappresentanti ogni attività e postazione lavorativa. Sono state eseguite ulteriori analisi residenziali, riguardanti l’esposizione a radiazioni, incluse la codifica dei conduttori elettrici e le misurazioni dei campi magnetici, a partire dalla data di progettazione a quella di diagnosi; è stata effettuata anche una misurazione nelle 24 ore dei campi magnetici presenti nelle stanze da letto. I campi magnetici personali non hanno mostrato alcuna relazione con il rischio di leucemia o di leucemia linfatica acuta. Non si sono riscontrate chiare associazioni con l’esposizione ai campi magnetici nei due anni precedenti la data di riferimento della diagnosi o nell’intero arco di vita del soggetto studiato, o con l’esposizione personale ai campi elettrici. Questi risultati non forniscono quindi evidenze di relazione tra esposizione ai campi magnetici ed elettrici a frequenza di rete e rischio di leucemia infantile; ulteriori ricerche sono tuttavia necessarie per confrontare i risultati, consentendo una migliore interpretazione dei dati ottenuti.